Il lavoro è smart, ma per chi?

- Hai già lo smartphone!
- No! Voglio il piccì fisso!

Lo smart working, il lavoro agile, furbo, mobile, è stato fin troppo oggetto di attenzioni (compresa la mia) e definizioni. Per chi fosse oramai confuso, come me, sul vero significato del termine, posso suggerire la definizione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, una fonte discretamente autorevole, che fa riferimento alla "assenza di vincoli orari o spaziali" in un inquadramento che resta di subordinazione, ossia di lavoro dipendente subordinato.
L'accento del lavoro agile svetta sulla liquidità organizzativa moderna e sorvola sul concetto di imprenditorialità: il dipendente, anche se dipende, agisce e ragiona come un indipendente. Il subordinato si fa imprenditore, autonomo nelle scelte e nel portare avanti gli obiettivi che, di comune accordo con il suo superiore, che non è poi troppo superiore, ha stabilito in amorevole intesa.
Si è conclusa l'epoca dell'impiegato fantozziano, che guarda bramoso l'orologio, attendendo il secondo giusto per fuggire verso la sua triste vita al di fuori delle mura aziendali.
Adesso il lavoratore scivola agile sulle squame di Chronos lasciando che gli impegni lavorativi si infiltrino tra gli ingranaggi della sua vita come sabbia nelle mutande in una splendida giornata di mare.
Egli può lavorare ovunque, sempre, comunque. Il lavoro lo segue in ogni momento della sua vita e al posto dell'angelo custode, così demodé, posa le sue spire sul lavoratore smart mantenendolo "sul pezzo" meglio di come farebbero Siri e Cortana insieme.
E' finita l'ansia di attendere il mattino seguente per controllare la risposta di un fornitore e quest'ultimo è libero dalle catene che gli impedivano di confortare il committente in qualsiasi momento della giornata o della notte. E non parlo nemmeno delle due giornate che si frapponevano tra noi e la produttività, il sabato e la domenica, ormai sbiadite come un vago ricordo che rievochiamo male e con un leggero imbarazzo.
Da adesso ogni momento sarà buono per essere raggiungibile, per dimostrare la propria imprenditorialità attraverso la reperibilità. Io ci sarò se ci sarai, cantava serenamente inconsapevole del suo essere profetico Cremonini.
Lo so. Quei pochi che saranno arrivati a questo punto avranno già sfoderato le armi della responsabilità, della maturità degli individui che utilizzano lo strumento, della competitività globale, dei cinesi che lavorano 366 giorni all'anno, dei giapponesi che hanno due giorni di ferie al decennio, del lavoro per obiettivi che non necessita di monitoraggio se non nella verifica del risultato. Insomma, immagino avranno una intera cartucciera di validi motivi per mandarmi al diavolo.
E dunque cominciamo a ridimensionare il problema: non ce l'ho con lo smart working. E' uno strumento, appunto, e come un coltello, che può essere usato per uccidere un uomo o per liberarlo dalle corde in cui è intrappolato, anche il lavoro agile assume le tinte delle modalità con cui lo utilizziamo.
Ci sono, tuttavia due temi, forse tre, che sottopongo alla vostra cordiale e paziente attenzione. Il primo è proprio in risposta alla obiezione che io stesso ho sollevato: lo smart working è solo uno strumento. Non proprio. E' cultura organizzativa.
La scelta di impostare il lavoro in questo modo fluido è fatta in contesti dove comunque vige una cultura più o meno radicata che valuta la qualità con la quantità. In realtà organizzative come le nostre, se pure l'impiegato cerca di de-fantozzizzarsi, i responsabili possono comunque restare degli Ing. Dir. Gran. Farabut. che chiamano nel tardo pomeriggio verificando che i sudd...i dipendenti stiano ai loro posti, composti e disposti (perdonate l'allitterazione che allella gli allocchi, cit.).
In questi ambienti non c'è spazio per la chimera dell'imprenditorialità in quanto questa, se mai esistesse, dovrebbe essere figlia di due grandi assenti nel nostro panorama, la fiducia e la scelta consapevole della validità dei propri collaboratori. Lo smart working si configurerebbe allora come attività conseguente a un "change management" vero e proprio, una rivoluzione della cultura organizzativa che deve precedere lo strumento e non una svolta che si attende magicamente appena introdotta la nuova procedura.
Anche l'imprenditorialità e questo rappresenta la seconda obiezione, si configura come una moda (o trend, se siete manager affermati) che non può essere data per scontata. Non tutti sono nati per essere imprenditori e l'imprenditorialità, vi tolgo questa certezza, non è il valore più elevato tra quelli che il professionista subordinato medio dovrebbe vantare. Non c'è scritto da nessuna parte che ogni dipendente debba covare tale valore che sovente è scusante per richieste oltre il dovuto nei già precari equilibri contrattuali. Il dipendente dipende, mettiamocelo in testa; poi ci sono dipendenti e dipendenti, certo, ma non possiamo pensare che ogni subalterno abbia la stessa spinta che caratterizza il padrone, altrimenti farebbero i padroni altrove.
Infine, per concludere, prendiamola larga come di consueto e parliamo di cose belle: amare una donna (o un uomo), passare del tempo con i propri figli, coltivare la propria passione, sono tutte attività meravigliose che danno senso alla nostra vita, ma lasciatevi dare un consiglio dal vostro psicologo di sfiducia: nessuna di queste, per quanto possa dare senso al creato intero, dovrebbe mai occupare porzioni esageratamente grandi nella nostra vita. Anche se la vostra compagna fosse Atena in persona nel corpo di Afrodite, come la mia, passare ventiquattro ore su ventiquattro con lei sarebbe un danno per la vostra realizzazione come uomini, vi depaupererebbe di uno sviluppo armonico e vi porterebbe una profonda insoddisfazione. Questo perché la nostra mente ha bisogno di cambiare, di differenziare le esperienze o se vogliamo essere più volgari: di "staccare la spina". Anche dalle cose più belle. Persino dal lavoro.
Tali motivi, che ho avuto il piacere di illustrarvi abusando della vostra disponibilità, rappresentano già da soli uno stimolo a diffidare di uno smart working che rischia di contaminare qualisasi frammento esperienziale a nostra disposizione più di quanto il lavoro non smart stia già facendo. Il lavoro che ti segue ovunque, così declinato, mi pare più una minaccia che una opportunità.
Ecco fatto, ho finito. Vi lascio liberi di controllare la mail, adesso.

Salvio Lite

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